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Il difficile mestiere del genitore - prima puntata
 

Dott.ssa Paola Ancarani

Il difficile mestiere del genitore

Una mini guida in 6 puntate

PRIMA PUNTATA: 8 briciole per trovare la via

La nostra vita è difficile, complicata dalle preoccupazioni e dai tanti "al giorno d'oggi" che drammatizzano situazioni e sentimenti tutt'altro che semplici e tranquillizzanti: qualche esempio? Eccolo. Al giorno d'oggi la società non ha più valori, al giorno d'oggi i ragazzi non hanno più rispetto, al giorno d'oggi i genitori non sanno più fare i genitori, al giorno d'oggi la TV ha involgarito tutto ecc. ecc.  Così molte coppie, famiglie, genitori single si dibattono tra boschi fitti d'orchi, trappole, confusioni e dubbi. Fortunatamente "al giorno d'oggi" prolificano anche notizie ed informazioni, così i genitori (e non solo) possono trovare alcune bussole per orientarsi meglio. L'intenzione qui è facilitare riflessioni utili per migliorare la qualità dei rapporti in famiglia e tra genitori-figli, esplorando alcuni temi emersi spesso nei miei colloqui con tante mamme e papà. Iniziamo subito con un vademecum per focalizzare 8 concetti essenziali.

  • 1. Ogni genitore fa il meglio che può con quello che ha e che sa.
  • 2. Le mamme e i papà sono prima di tutto donne e uomini e come tali possono commettere errori.
  • 3. Gli errori che i genitori commettono non sono solo eventi negativi per i quali sentirsi in colpa.
  • 4. Il genitore che riconosce di aver commesso un errore, avrà eliminato dall'infinita lista dei possibili comportamenti, quello da non ripetere.
  • 5. L'intenzione di rimediare ad un errore non è mai sbagliata, invece può esserlo il modo in cui si cerca di rimediare.
  • 6. Comunicare nel modo giusto con i propri figli significa insegnare loro a comunicare con noi nel modo giusto.
  • 7. Prima di diventare adulti si è stati bambini, quindi alcuni errori del fare, pensare, reagire sono stati assorbiti come fanno le spugne con l'acqua.
  • 8. Il troppo storpia, anche quando l'eccesso è di amore.

 

Ciascun punto è da considerarsi come la preziosa briciola che ci indica la direzione per ritrovare la strada di casa, come se fossimo novelli Pollicini e, proprio come il bimbo protagonista della nota storia, noi volessimo usare tutte le qualità che ci rendono capaci e duttili, invece di focalizzarci e fossilizzarci su quelle caratteristiche che, al contrario, ci indeboliscono facendoci sentire minuscoli.

Raccogliamo la prima briciola: Ogni genitore fa il meglio che può con quello che ha e che sa.

Siamo umani. Lo siamo tutti, quindi anche se le intenzioni sono magnifiche e perfette, i comportamenti purtroppo non possono che essere limitati ed imperfetti. Ma questo è un male solo in apparenza. Uno dei compiti dei genitori è di comprendere questo assunto e di trasmetterlo nella maniera corretta, perché crescere significa trovare il modo per amare anche ciò che di noi stessi troviamo inaccettabile. L'amore incondizionato è proprio questo, ma come potremo insegnarlo se prima non abbiamo capito come auto donarcelo?

Raccogliamo la seconda briciola: Le mamme e i papà sono prima di tutto donne e uomini e come tali possono commettere errori.

Spesso quando si diventa genitori si cerca di rispondere ad aspettative antiche che stanno dentro e fuori di noi. Si desidera essere quei papà e mamme che avremmo voluto avere accanto o si vorrebbero incarnare idealizzazioni che ancora conserviamo. Comunque sia, nello stringere i loro bambini, nel guidarli anno dopo anno, i genitori possono dimenticare cosa significa essere prima uomini e donne e questo è un errore.

Ciò che accade nel tempo è che tralasciamo di nutrire parti fondamentali di noi stessi e, così facendo, rendiamo sbiaditi contorni che invece dovrebbero essere nitidi. Questo determina un danno anche ai nostri ragazzi. I figli, infatti, si rispecchiano inizialmente proprio nei genitori, ma se noi circoscriviamo la nostra identità e le nostre relazioni al solo essere padri e madri, impediremo che i nostri figli possano vederci anche in altro modo.

Non solo padri, ma anche uomini soddisfatti e attenti, non solo madri, ma anche donne che si piacciono e si curano, non solo genitori, ma anche professionisti che sanno gestire il tempo e dedicarne il giusto al lavoro e alla famiglia, non solo individui che esistono in funzione dei figli, ma anche persone interessanti con passioni che sanno curare e coltivare.

I figli non sono ancora genitori, per questo necessitano di percepire anche altri aspetti della nostra identità, ma se noi ci dimentichiamo di essere prima di tutto uomini e donne, con una grande gamma di caratteristiche e bisogni, la conseguenza non sarà solo che noi ci spegneremo piano piano, ma accadrà anche che i nostri ragazzi scarteranno le nostre immagini e le sostituiranno con altre, magari più belle, ma bidimensionali, proprio come lo sono i corpi anonimi esposti sui monitor di computer e TV.

Raccogliamo la terza briciola: Gli errori che i genitori commettono non sono solo eventi negativi per i quali sentirsi in colpa.

Gli errori sono impossibili da evitare, ogni genitore lo sa bene. Quando però ci sono i figli di mezzo, ogni errore diventa una specie di punta acuminata che preme e fa male, è il senso di colpa, il dubbio di avere causato un danno e il timore che questo sia irreparabile. Così molte volte si è indulgenti in maniera eccessiva o rigidi in modo sordo, si cerca di proteggere i figli da tutto o quasi, ci si dibatte per cercare di essere genitori migliori e può accadere che alcune frasi, dette da altri genitori, da parenti, amici o dai figli stessi, facciano trasparire lo spauracchio dello sbaglio, diventando in alcuni casi molto difficili da gestire. La reazione emotiva che ci investe quando sbagliamo o pensiamo di avere sbagliato con i nostri figli è come un'onda, non possiamo evitare di bagnarci, possiamo però imparare a nuotare.

Raccogliamo la quarta briciola: Il genitore che riconosce di aver commesso un errore, avrà eliminato dall'infinita lista dei possibili comportamenti, quello da non ripetere.

Se abbiamo accettato che ogni genitore è umano e quindi imperfetto allora avremo chiaro che è impossibile non sbagliare. La domanda a questo punto è: che ci faccio con il mio errore? La risposta è ovvia: lo uso, meno ovvia è invece la maniera in cui usarlo. Per prima cosa occorre definire l'errore e comprenderlo bene, difficilmente infatti si può gestire qualcosa che da qualche parte sfugge. Le domande da rivolgersi se riteniamo di avere sbagliato sono tre:

  • 1. Cosa volevo ottenere per me stesso con questo mio comportamento?
  • 2. Cosa volevo far capire all'altro con questo mio comportamento?
  • 3. Cosa mi aspetto che l'altro inizi o smetta di fare a seguito di questo mio comportamento?

Rispondere sinceramente ai tre quesiti avrà il merito di chiarire a noi stessi cosa ci ha spinti verso quell'azione, quindi ci sarà più facile cambiarla se non funziona, depennandola proprio come si fa con le voci della lista della spesa dopo che abbiamo riempito il carrello!

Raccogliamo la quinta briciola: L'intenzione di rimediare ad un errore non è mai sbagliata, invece può esserlo il modo in cui si cerca di rimediare.

Nessuno è felice se commette un errore. Un genitore poi vorrebbe apparire agli occhi dei figli sempre senza macchia, è più che normale desiderare di essere guardati con occhi ammirati e con una luce che sembra dire: "tu sei il mio eroe". È una sensazione meravigliosa, ma volatile. Per fortuna aggiungerei, perché più è alto il piedistallo su cui si viene posti e maggiore sarà l'altezza dalla quale si cadrà quando verrà l'inevitabile momento. Come misurarsi allora con questa prova? Pensando che compito del genitore è insegnare (con l'esempio, non con le parole) che si può passare dall'essere modelli irraggiungibili ad incarnare modelli in continuo miglioramento. Il solo modo per ottenere questo risultato è, nell'ordine: ammettere lo sbaglio, chiedere scusa e agire per riparare. Chiariamo ogni punto.

  • Ammettere l'errore non significa giustificarsi. I "sì, però..." o i "io ho sbagliato, ma tu..." sono da cestinare. Ammettere significa riconoscere l'errore, accettare di averlo commesso e viversi le emozioni che questi due momenti faranno inevitabilmente comparire. Solo poi passare alle scuse.
  • Scusarsi. C'è una ragione per cui le scuse sono considerate un gesto riparatore ed è che esse comportano da una parte l'assunzione di una responsabilità e dall'altra il conferimento di un'importanza. Se sbagliando abbiamo ferito qualcuno, vuol dire che noi siamo importanti, con le scuse dichiariamo che uguale importanza ce l'ha anche chi ci sta davanti. Se sentiamo entrambi i valori e siamo capaci di passare da una posizione all'altra, allora siamo pronti per agire.
  • Agire. Innanzitutto ponendo una domanda precisa: "cosa posso fare per rimediare al mio errore?". Spesso i genitori vogliono che i bambini quando sbagliano chiedano scusa, ma i bambini questa cosa in realtà non la capiscono, magari la fanno perché viene loro richiesto, ma non la capiscono. Dev'esserci allora qualcuno che rende il valore delle scuse comprensibile, invece è troppo frequente dimenticare di assicurasi che ne sia stata compresa e condivisa la qualità, per questo alcuni ragazzi crescono credendo che "basta chiedere scusa" e da adulti non sapranno affatto regolarsi con i loro partner.

Raccogliamo la sesta briciola: Comunicare nel modo giusto con i propri figli significa insegnare loro a comunicare con noi nel modo giusto.

Tutti, compresi i nostri figli, non sono noi, allora essere genitori non conferisce in automatico la conoscenza di chi abbiamo messo al mondo. Ciò che dovrebbe invece essere automatico nei genitori è la disponibilità a rendere il qualcun altro che abbiamo generato la persona migliore che lui/lei potrà diventare.

Si tratta di una differenza logica, comprensibile, ma tutt'altro che facile, indispensabile è però misurarsi con ciò che essa significa ed implica.

Se ci comportiamo dando per scontato che, per il semplice fatto che noi siamo i loro genitori, conosciamo i nostri figli "come le nostre tasche", allora non saremo mai davvero disponibili ad ascoltarli e ad osservarli per ciò che loro sono veramente. Li sovraccaricheremo di richieste implicite e daremo loro ciò che magari non serve. Imparando invece ad accettare che i figli non sono affatto né prolungamenti né emanazioni della nostra persona, saremo portati a cercare di conoscerli e farci conoscere, sarà allora che la comunicazione diventerà non più lo scontato modo con cui ci si dicono le cose, ma la preziosa occasione attraverso la quale si entra in contatto. Col mutare dell'età (la nostra e la loro) muteranno le modalità, ma non la qualità dell'uso di questo meraviglioso strumento.

Raccogliamo la settima briciola: Prima di diventare adulti si è stati bambini, quindi alcuni errori del fare, pensare, reagire sono stati assorbiti come fanno le spugne con l'acqua.

La nostra storia familiare abita dentro di noi come se fosse un baule conservato nella soffitta del palazzo che ci rappresenta e ci esprime. Essa è fatta di miti e credenze tramandate di generazione in generazione come si fa con le eredità ed è fatta dei modi di dire, di pensare e di agire che ogni giorno vengono attuati e ribaditi dai parenti in vita e non. Misurarsi con tutto ciò non vuol dire rigettare ciò che ci ha resi noi stessi, né vuol dire giudicarlo, si tratta invece di perdonare le sofferenze che certamente abbiamo vissuto, ricordandoci che essere genitore è il mestiere più difficile e che non sono esclusi dalla lista le nostre madri e nostri padri.

Tenere presente questo assunto dovrebbe servirci a ricordare anche che gli errori non sono però da giustificare, né è da difendere a spada tratta chi li ha commessi e/o li commette. Possiamo amare lo stesso un genitore che ci ha feriti, ignorati, che è stato assente o inadeguato, che ci ha soffocati, iperprotetti, controllati... Possiamo amarlo e contemporaneamente possiamo distinguerlo dal suo comportamento, scegliendo di tenere il primo ed accantonare il secondo. Se ci riusciremo in qualità di figli, allora saremo anche capaci di evolvere in qualità di genitori e, di conseguenza, i nostri figli impareranno come si fa davvero a "diventare grandi".

Raccogliamo l'ottava briciola: Il troppo storpia, anche quando l'eccesso è di amore.

Se abbiamo timore che nostro figlio possa cadere, e che cadendo possa ferirsi, e che ferendosi possa morire, probabilmente cercheremo di evitare che corra e si arrampichi. Se il nostro, invece di essere timore, dovesse essere paura, magari vorremo intervenire evitando che nostro figlio cammini svelto e salga su un gradino. Se la nostra, invece di essere paura, fosse terrore, allora cercheremo di evitare che cammini e si muova. Il risultato sarà quindi che il nostro amore avrà reso noi dei carcerieri e nostro figlio un invalido. Domandiamoci allora: chi è che davvero trae vantaggio da questo comportamento? Si tratta di una domanda che dovremmo ripeterci costantemente, predisponendoci a rispondere sul serio, perché purtroppo la parola amore spesso è la maschera con la quale si coprono i volti di schiere di genitori terrorizzati ed eserciti di figli furibondi.

Resta un'altra cosa da aggiungere, e cioè che l'ottava briciola indicherà la direzione solo se le altre sette saranno state conservate ed usate, se no, ci toccherà rifare la strada daccapo. Quindi... zaino in spalla!

Lettura consigliata: Dana Castro, A casa c'è qualcosa che non va. Come non far pesare ai figli i problemi dei grandi, De Vecchi, Milano 2007.

Gli argomenti delle prossime puntate:

Quali sono i killer dell'autostima?

Come si costruisce la mappa dei sì?

Come parlare ai figli di separazione/divorzio?

Quali danni fa il troppo amore?

Come si insegna ai figli a dare un significato alla vita?

Scrivete a: paolancarani@tiscali.it  per suggerire altri temi a cui siete interessati e che desiderate siano sviluppati negli articoli di Paola Ancarani su Genitori On Line.

 

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