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Depressione Post Partum

Depressione post partum, maternity blues, psicosi puerperali.

Questi e tanti altri termini a cavallo tra l’impostazione medico specialistica e il linguaggio comune, fanno periodicamente la loro comparsa sui mezzi di informazione per descrivere, o meglio, etichettare, agghiaccianti drammi familiari. Episodi che non sembrano avere spiegazioni, perché è difficile comprendere per quale motivo una persona che dà origine ad una vita sia in grado, poco dopo, di toglierla in modo così cruento.

Ma allora, avere un figlio è così rischioso, per la neomamma, per il figlio, per la società (nel senso più ampio del termine)?
Le statistiche parlano di una incidenza di problematiche del post-partum che si attesta sul 70% delle puerpere; nulla a che vedere con la vera e propria depressione, che risulterebbe diagnosticabile intorno al 7-15% delle neomamme.

Anche se il dott. Appelbaum, uno specialista americano, afferma che la depressione è presente in forme clinicamente rilevabili dal 10 al 20% delle puerpere e che su mille neomadri, almeno una o due si ammaleranno di una seria depressione accompagnata da psicosi. E anche se la dott.ssa Susan Watt, della McMaster University di Hamilton, in Canada, ritiene in un suo recente studio che nel Nord America la depressione post partum possa arrivare a colpire una donna su quattro.

Non solo: perché sempre il dott. Appelbaum riferisce che le donne alle quali viene diagnosticata una forma depressiva nella prima esperienza materna, hanno il 50% di probabilità in più di presentare una sindrome depressiva al termine di in una successiva gravidanza. Tanto che, con una posizione molto pragmatica, sostiene l’opportunità, per queste donne, di non avere più figli nel caso la prima esperienza abbia dato origine a disturbi depressivi; o addirittura che sarebbe il caso di non avere per niente dei figli nel caso le donne abbiano sofferto di patologie depressive nell’arco della loro vita.

Ci sono nuove Medea nel futuro? Probabilmente, a vedere i dati, è così. Lo stesso potrebbe affermarsi valutando in senso oggettivo gli allarmi di prestigiosi esponenti del mondo scientifico mondiale. E la stessa cosa emergerebbe valutando con freddezza statistica i casi che hanno colpito anche il nostro Paese. Di sicuro, il problema è sottovalutato: da un lato perché approfondire i problemi del 70% delle neomamme può essere un gravoso impegno per i servizi sanitari.

Dall’altro lato, perché il 10% (mediamente) di sindromi veramente depressive ricadono più o meno nelle statistiche di incidenza della depressione nella popolazione in generale: quindi, si tratterebbe di circostenze perlomeno difficili da individuare. Soprattutto se la malinconia che riguarda più del 70% delle neomadri in terza-quarta giornata dal parto (eventi che gli specialisti definiscono “al limite del fisiologico”) viene scambiata per depressione, o viceversa.

Di certo, i mezzi di informazione si pongono, volontariamente o meno, in senso difensivo per la popolazione in generale. In fondo, dicono, Mary Patrizio ha ucciso perché affetta da una psicopatologia puerperale: quindi, è malata, e per fortuna la maggior parte delle neo-mamme non lo sono.

Inoltre, aveva aspirazioni di visibilità televisiva: e di certo l’immediato post-partum, ad eccezione di alcuni rarissimi casi, non mette proprio nelle condizioni ideali, fisiche e psicologiche, per essere protagoniste dei gossip mondani o di piccole avventure sul piccolo schermo. Prova ne sia che tutti hanno visto la povera Maria Patrizio in pose non troppo materne: e sono le uniche immagini pubblicate.

Come a dire: una donna “sana” e senza tante aspirazioni non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Anzi, secondo il principio della più alta naturalità e funzionalità dell’esperienza materna, avrebbe accettato di buon grado la sua nuova condizione, accantonando, momentaneamente o definitivamente, i personali progetti di vita.

L’irrealtà di queste convinzioni è evidente: e spesso rimanda alle fisiologiche reazioni alle maternità del passato. Un periodo della nostra storia che vedeva la media delle età materne in linea con gli altri Paesi: oggi invece l’età media delle puerpere italiane è intorno ai 30 anni, ben al di sopra delle medie europee e mondiali.

Tempi passati nei quali il parto naturale avveniva tra le mura domestiche, in modo spontaneo e naturale: oggi l’Italia si assesta invece da un minimo del 20% ad un massimo del 54% (con punte dell’80%) di parti non solo “istituzionalizzati”, ma addirittura cesarei, quindi non medicalmente assistiti, ma chirugicamente determinati. Tempi passati dove non esistevano molti accertamenti medici: e questo era sicuramente una grave incertezza per le donne.

Ma ora gli accertamenti diagnostici sembrano superare il limite dell’indagine effettuata per scrupolo o per dubbi reali per diventare routine ad ampio spettro.
Ma soprattutto valutiamo un passato dove il neonato e la puerpera venivano immediatamente accolti nei cortili dove si affacciava la loro abitazione.

Dove una intera comunità accoglieva madre e neonato alternandosi nei compiti di cura e liberando spesso molto prima di adesso la donna dai vincoli della maternità a tempo pieno.

Nella solitudine esistenziale e sociale dei grandi (e piccoli) agglomerati urbani di oggi, chi lo fa?
Non sappiamo se Mary Patrizio è davvero malata: ma possiamo ipotizzare che la sua malattia possa essere uguale a quella di tante altre donne, gravate dal peso insostenibile di un accudimento solitario. Con l’aggravio non solo di malinconie psichiche, più o meno patologiche, ma di prolattina, ossitocina, endorfine. In altre parole, donne con modificazioni neuroendocrine e ormonali del tutto fisiologiche, ma i cui effetti possono essere, per l’appunto, patologici e aprire la strada a gravissime conseguenze.
 

Il numero medio dei figli, in Italia, è di 1,2 per ogni donna, meno della media europea, molto meno della maggior parte dei paesi industrializzati.

Ciò significa che un figlio è un “investimento” importante, unico, irripetibile. Ma dai costi personali altrettanto alti. Se però pensiamo che:
  1. la maternità non fa parte della natura, ma è un prodotto della cultura e del mondo nel quale si vive;
     
  2. la maternità richiede un alto inve-stimento di energie e di progetti personali;
     
  3. essere madre non è solo istinto;

è anche un lento processo di apprendimento, possiamo pensare che sia arrivato il momento di pensare alla creazione di una adeguata relazione tra madre e figlio realizzando un lento processo che:

  • precocizzi le capacità di dialogo con il feto prima e con il neonato poi;
     
  • coinvolga altre persone importanti della famiglia, in primis il partner;
     
  • utilizzi principalmente i veicoli sensoriali. Una relazione guidata dall’esterno, e dall’esterno ascoltata, per fare in modo che le occasioni di supporto, di ascolto e di aiuto siano molteplici, in più direzioni e in diverse occasioni.

Perché non accada più che, come ha detto Maria Patrizio al momento di essere trasferita nel luogo di detenzione ma anche di cura in cui pensiamo sia ancora oggi ospitata: “ se avessi avuto le stesse attenzioni di adesso qualche mese fa………..”

Contributo di
Gabriele Traverso
psicologo – psicoterapeuta
Unità Operativa di Psicologia – Centro Medico AlassioSalute – Alassio (SV)


  
  
    

 

 
 


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